La forzata conversione di 600 mila insegnanti dalla didattica in presenza a quella a distanza (da ora DaD) nasconde alcuni equivoci, illusioni e ipocrisie che forse è bene cominciare ad isolare
La scuola italiana, dalle elementari alla secondaria superiore, è oggi nelle condizione dell'aneddoto "fra piuttosto che niente è meglio piuttosto".
Ma incominciamo dagli equivoci!
La didattica a distanza è solo parzialmente sovrapponibile alla didattica digitale.
In questo momento pc, tablet e quant'altro sono essenziali per mantenere un contatto altrimenti impossibile in tempi di distanziamento sociale: il problema è che se cambi gli strumenti devi giocoforza cambiare le pratiche. Altrimenti è come tradurre letteramente le opere di Skespeare o come spiegare una barzelletta: si può fare; ma se ne perderà completamente il senso e la bellezza.
Facciamo qualche esempio reale: accade che l'uso massiccio delle tecnologie di video conferenza nasconda in realtà la riproposizione della buona e cara vecchia lezione frontale.
Si narra che ci siano numerose classi che subiscano quattro o più ore al giorno di video lezioni sincrone dove i ragazzi dovrebbero stare ad ascoltare e vedere il faccione dei loro insegnanti impegnati, non senza difficoltà, in dotte disquisizioni.
Questa è un illusione: o meglio la lezione vera e propria sta solo nella mente di chi l'ha così organizzata!
Tutti gli insegnati accorti sanno benissimo quanta fatica occorre, nella lezione frontale, per ottenere 15, 20 minuti di attenzione in una classe reale di adolescenti. In video conferenza quel limite scende sotto i 10: se vi pare di scorgere qualche ragazzo che osservi attentamente lo schermo più di 15 minuti e perché sul monitor ha in realtà un video gioco o una chat con gli amici.
Quindi quali sono le tecniche? E' questo il punto: ci sono tante pratiche consolidate che dovevano essere apprese sperimentate e personalizzate, secondo i propri stili di insegnamento, in tempo di pace!
C'erano tecnologie da apprendere, competenze nuove da acquiste, pratiche da sperimentare ma in contesti reali!
I processi in gioco infatti non erano solo indirizzati agli insegnanti ma anche agli allievi che dovevano acquisire così nuove metodologie ed esperienze di apprendimento.
Un'altra delle illusioni è infatti legata alla falsa supposizione che ad un docente capace ad utilizzare strumenti digitali corrispondano altrettanti allievi competenti: non è così; i nativi digitali non esistono!
E non è solo un problema tecnico: spesso ad un docente che ama sperimentare gli si oppongono le burocrazie scolastiche e soprattutto l'inerzia delle famiglie che spesso si riflette nei timori e nelle insicurezze dei ragazzi che paradossalmente si sentono più tutelati dai processi della scuola "tradizionale".
E così spendiamo milioni di euro per distribuire dispositivi a pioggia per ripropporre la buona cara vecchia lezione frontale ma con Meet, Zoom, Skype ecc.: e questa come la si può chiamare se non ipocrisia?
A tutto ciò si aggiungono le pratiche della didattica a distanza poco sperimentate soprattutto per la scuola primaria. Nulla potrà sostituire l'efficacia delle lezioni in presenza e nessuno lo sa meglio di quei pochissimi paesi al mondo in cui i ragazzi sono costretti, per ostacoli prevalentemente geografici, alla didattica a distanza.
Nell'istruzione superiore, soprattutto quella universitaria e professionale, ci sono tante soluzioni sperimentate e attive ma tutte presuppongono abilità di apprendimento e metodologie di studio consolidate e competenze professionali pregresse in grado di apprendere anche da laboratori e esperienza simulate.
Tutto quello che manca alla scuola primaria e, almeno i parte, a quella secondaria! Manca perché quelle stesse abilità sono obiettivi principali di apprendimento.
Fare questo nella DaD è estremamente coplesso, molto più impegnativo di ciò che da sempre sperimentiamo in classe!

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